Terremoto 1976

il friuli ringrazia e non dimentica

Il terremoto del 1976 in Friuli, l’ Orcolat, è stato uno degli eventi più devastanti e significativi della storia recente italiana. Questo disastro naturale ha profondamente segnato la regione, non solo per la distruzione immediata, ma anche per la straordinaria capacità di ricostruzione e resilienza della popolazione friulana.

Cosa è Successo

Immagina una tranquilla sera di primavera, il 6 maggio 1976, alle 21:00 circa. All’improvviso, un terremoto di magnitudo 6.5 sulla scala Richter scuote violentemente il Friuli-Venezia Giulia, nel nordest dell’Italia. L’epicentro del sisma si trova tra i comuni di Gemona del Friuli, Venzone e Osoppo, provocando danni devastanti in una vasta area. Il terremoto è seguito da numerose repliche, alcune molto forti, che continuano per diversi mesi. Il 15 settembre 1976, una seconda scossa di magnitudo 6.0 peggiora ulteriormente la situazione, distruggendo ciò che era rimasto in piedi.

Le case distrutte dal terremoto del maggio 1976
Le case distrutte dal terremoto del maggio 1976

Le Conseguenze del Terremoto del 1976

Il terremoto sconvolge il Friuli: oltre 900 vite sono spezzate, più di 2.000 persone sono ferite e circa 100.000 rimangono senza casa. I caratteristici borghi e città della regione sono rasi al suolo, con edifici storici e culturali di grande valore ridotti in macerie. Gemona del Friuli e Venzone subiscono i danni maggiori, perdendo gran parte del loro patrimonio architettonico.

Sono arrivato ieri pomeriggio in Friuli per una visita doverosa ai terremotati e per impostare una legge organica di ricostruzione, dopo le misure urgenti già adottate. In una riunione a Udine con tutti i partiti ho cercato di far superare l’ostacolo politico suscitato dalla ristretta composizione della Giunta regionale (DC-PSDI). L’atmosfera è molto responsabile e chiedono di risolvere in questa occasione alcuni problemi storicamente insoluti; l’ampliamento stradale e ferroviario e la istituzione dell’Università c’entrano poco con il terremoto, ma il Friuli merita uno sforzo di solidarietà nazionale anche in un momento tanto difficile per il bilancio dello Stato. I parlamentari hanno assicurato la loro concorde collaborazione e riconoscono che l’ente Regione deve avere un ruolo operativo essenziale. L’onorevole Zamberletti da parte sua, inviato da Moro, aveva cominciato a svolgere un ottimo lavoro di raccordo coadiuvato dai prefetti di Udine e di Pordenone e da due subcommissari di primo ordine: il generale Mario Rossi e l’ingegner Alessandro Giomi dei Vigili del Fuoco. Ne decidiamo la riconferma.
Di buon’ora ci siamo messi in marcia con il presidente Comelli per un sopralluogo nei punti più disastrati. A Gemona lo spettacolo delle macerie stringe il cuore, ma si è presi da una commozione intensa anche nel vedere gli alpini in congedo venuti in tutta la zona disastrata per lavorare gratuitamente alla ricostruzione. Il presidente nazionale Bertagnolli mi dice che stanno donando al Friuli il loro periodo di ferie. Vedo anche gruppi di giovani cattolici di Comunione e Liberazione e della San Vincenzo che hanno organizzato campi di lavoro, portato qui cento roulotte e anche allestito una scuola materna: provengono prevalentemente dalla Lombardia, dal Piemonte e dalla Valle d’Aosta. C’è anche un gruppetto di contestatori che seminano zizzania nelle tendopoli dove gli ottantamila sfollati attendono di riavere una casa (per questo inverno sarà necessario, in attesa, ospitare i più cagionevoli negli alberghi e nelle pensioni del bene attrezzato litorale, con un programma già predisposto. Per gli altri arriveranno baracche adeguate). Non mi meraviglia che la gente sia turbata e inquieta; dichiaro francamente che al loro posto io sarei ancor più polemico. Mi dispiace solo che il gruppuscolo di extraparlamentari – estranei al Friuli – rappresenti una nota stonata in un contesto di cosi elevata civiltà. Lo dico loro apertamente, osservando che se invece di mestare lavorassero qualche ora al giorno, la loro presenza sarebbe almeno decente.
Lascio comunque il Friuli con la volontà precisa di varare subito la legge speciale concordandone prima il testo con i parlamentari e con la Regione.

Dal Diario di Andreotti del 4 settembre 1976

La Reazione della Popolazione e del Governo

Nonostante le continue scosse di assestamento, la reazione della popolazione friulana è straordinaria. L’8 maggio, appena due giorni dopo il sisma, il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia stanzia immediatamente 10 miliardi di lire. Il governo Andreotti III, il 15 settembre, nomina Giuseppe Zamberletti Commissario straordinario del Governo per il coordinamento dei soccorsi. Zamberletti, già nominato commissario straordinario per l’emergenza il 7 maggio, gestisce con efficienza i fondi e le operazioni di soccorso, avendo carta bianca salvo approvazione a consuntivo dal Parlamento.

La Ricostruzione e il “Modello Friuli”

La fase di ricostruzione post-terremoto si trasforma in un esempio emblematico di determinazione e strategia. Il cosiddetto “modello Friuli” prevede la ricostruzione delle case e delle industrie negli stessi luoghi, “dov’erano, com’erano”. Uno dei personaggi chiave di questo periodo, Alfredo Battisti, arcivescovo dell’arcidiocesi di Udine durante il disastro, venne definito “il vescovo del terremoto”. Egli pronunciò la frase che divenne lo slogan della ricostruzione: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”.

La forte presenza militare in Friuli consente operazioni di soccorso rapide ed efficaci, facilitando lo sgombero delle macerie, la riattivazione dei servizi, l’allestimento di ricoveri provvisori e cucine da campo. Nelle ore successive alla scossa, il Governo affida la direzione delle operazioni di soccorso al Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, che sei anni dopo sarà nominato Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile.

La Gestione dei Fondi e la Partecipazione Locale nel Terremoto del 1976

Zamberletti, insieme al governo regionale del Friuli-Venezia Giulia, gestisce direttamente i fondi statali destinati alla ricostruzione in collaborazione con le amministrazioni locali. Nella gestione dell’emergenza sono coinvolti da subito il governo regionale e i sindaci dei Comuni colpiti, che lavorano in stretto contatto con il Commissario straordinario. La Regione e le Autonomie locali sono investite di un ruolo importante e complesso che, fino ad allora, era stato gestito prevalentemente a livello centrale.

Per la prima volta vengono istituiti i “centri operativi”, con l’obiettivo di creare in ciascun Comune della zona colpita un organismo direttivo composto dai rappresentanti di amministrazioni pubbliche e private, sotto la guida del sindaco, per coordinare il soccorso e l’assistenza alla popolazione. Conoscendo le caratteristiche del territorio e le sue risorse, i sindaci e i cittadini hanno un ruolo centrale anche nella fase di ricostruzione del tessuto urbano e sociale.

le mura di Venzone subito dopo il terremoto del 1976
Le mura di Venzone dopo il terremoto del 1976

Circa 40.000 sfollati trascorrono l’inverno sulla costa adriatica, per poi rientrare entro il 31 marzo 1980 in villaggi prefabbricati nei rispettivi paesi. La ricostruzione totale dura dieci anni, durante i quali molti borghi sono ricostruiti fedelmente secondo il principio del “dov’erano, com’erano”. La ricostruzione di Venzone è un esempio straordinario di rinascita nel rispetto della storia del luogo, tanto da meritare il titolo di uno dei borghi più belli d’Italia. In poco più di 15 anni, il Friuli rinasce, trasformando una tragedia in un’opportunità di crescita e miglioramento.

Il duomo di Venzone subito dopo il terremoto
Il duomo di Venzone subito dopo il terremoto
Il duomo di Venzone oggi dopo la ricostruzione
Il duomo di Venzone oggi dopo la ricostruzione

L’Impatto a Lungo Termine del Terremoto del 1976

Il terremoto del 1976 non lascia solo una cicatrice nella memoria collettiva, ma rappresenta anche un momento di rinascita e innovazione per il Friuli-Venezia Giulia. La ricostruzione porta a una rinnovata attenzione alla sicurezza sismica, con l’adozione di nuove normative edilizie che migliorano la resistenza delle costruzioni ai terremoti. Il disastro dà inoltre un importante impulso alla formazione della protezione civile.

Questa tragedia rafforza il senso di comunità e solidarietà tra gli abitanti, diventando un esempio di resilienza e capacità di rispondere alle avversità. Questo spirito è ancora vivo oggi e rappresenta un punto di orgoglio per tutti i friulani. Visitando i borghi ricostruiti, è possibile percepire la forza e la determinazione di una comunità che ha saputo rialzarsi più forte di prima. Ancora oggi, su alcune pietre dei portici si legge un numero, testimoniando la meticolosità della ricostruzione.

Il terremoto del 1976 in Friuli ha profondamente segnato la storia della regione. Tuttavia, la straordinaria risposta della popolazione e la meticolosa ricostruzione hanno trasformato una tragedia in un’opportunità di rinascita e crescita. Il Friuli-Venezia Giulia, con la sua storia di forza e rinascita, continua a rappresentare un esempio di come affrontare e superare le avversità. Il ricordo del terremoto del 1976 rimane vivo, non solo come memoria di una tragedia, ma anche come testimonianza di una straordinaria capacità di recupero.

Le immagini sono state prese da internet con licenza Creative Commons.

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